I dazi di Trump, benzina sulla crisi sistemica

Analisi politica e consulenza

Alla fine negli USA è arrivato il “Giorno della Liberazione” e Donald Trump ha rivelato quelli che saranno i dazi nei confronti di ogni angolo della Terra, comprese le terre abitate solamente da pinguini e licheni. Le considerazioni che vorrei condividere in questa fase preliminare sono tre, ma con una premessa.

Dopo un primo disorientamento, è ormai accertato che l’entità di ogni dazio sia stato definito sulla base del disavanzo commerciale degli USA rispetto al Paese destinatario, con un calcolo che pare piuttosto discutibile. Attenzione però a considerare l’operazione aliena da una razionalità, che invece è ben presente. A mancare è forse una logicità, ma Trump ha un piano di lungo periodo condotto tramite misure transazionali e contingenziali di breve periodo, come avviene per i movimenti fortemente ideologizzati, nella prassi populista o nel commercio. Qui sta il punto cruciale, cioè che Trump è un uomo d’affari: a volte si comporta da piazzista, altre da speculatore, altre ancora da gangster, ma resta essenzialmente un uomo d’affari – e come recita la massima latina, licet mercatoribus sese invicem circumvenire,cioè è legittimo per i mercanti ingannarsi a vicenda. Il sistema delle relazioni internazionali per Trump è un grande tavolo negoziale sul quale tutto è una merce contrattabile e ogni partecipante ha il proprio prezzo. Proprio per questo raccomanderei cautela a chi oggi si arrovella per giustificare le scelte della Casa Bianca o per accreditarsi alla corte di Washington, perché quando non servirà più, non sarà risparmiato.

Detto questo, veniamo alle tre considerazioni:

  1. I dazi si inseriscono nel più ampio obiettivo dell’Amministrazione Trump di reimportare negli USA le filiere produttive distribuite all’estero negli ultimi trent’anni, anche per riequilibrare le finanze federali. Su questo il Presidente è stato chiaro, individuando nel disavanzo commerciale una debolezza per Washington causata dall’approccio predatorio e “parassitico” del resto del mondo. A livello internazionale si tratta di un duro colpo alla globalizzazione, soprattutto per quanto riguarda la guida ideale ed economica statunitense, ma non – attenzione – della sua fine. Henry Kissinger aveva già evidenziato tra l’altro come per gli USA la leadership dell’economia mondiale e la fornitura del bene pubblico sicurezza internazionale non fossero prive di costi in termini di debito.
  2. Continua il rapido mutamento sistemico, con il riallineamento degli equilibri. Questa dinamica è in corso da circa quindici anni e ha subito un’accelerazione con il biennio 2020-2022, ma le direttrici delle alleanze storiche avevano retto, pur vacillando, all’invasione russa dell’Ucraina. Per Trump il riassetto però deve assumere altri caratteri, andando oltre la storia e basandosi casomai su rapporti transazionali tra singoli individui e tra narrazioni analoghe ovunque siano, purché riconoscano una forma di tributo agli USA. Sarà fondamentale per gli attori internazionali riuscire a posizionarsi tanto nel brevissimo, quanto nel medio periodo, anche sfruttando rapporti opportunistici basati su comuni interessi. Basti vedere per esempio il dialogo in corso tra Cina, Giappone e Corea del Sud per coordinare forme di assicurazione contro la volubilità statunitense.
  3. Per l’Europa il momento è critico, perché è molto elevato il rischio che le contromisure dell’Unione Europea comportino dei danni anche agli stessi Stati membri, soprattutto se non prevarrà una consapevole unità d’intenti e i cavalli di Troia trumpiani continueranno a rallentare le iniziative comuni. Procedere verso una vera autonomia strategica – militare e in senso ampio – è inevitabile per garantire all’Europea margine di manovra e posizionamento nelle catene globali del valore. Il pericolo concreto è restare compressi tra il nuovo isolazionismo imperialistico statunitense, l’aggressività russa e l’espansionismo tentacolare cinese. Se da un lato, infatti, nella strategia di Trump c’è un’apertura verso Mosca proprio per indebolirne i legami con Pechino, dall’altro lato la Repubblica Popolare tornerà ad attirare nella propria orbita molti Paesi abbandonati da Washington, a cominciare dal Sudest asiatico e dal rafforzamento in Africa. Al netto dei propri limiti, l’Europa sta affrontando una sfida esistenziale per restare libera, ma nell’accelerazione della crisi sistemica i tempi sono sempre più stretti.

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